Italiano, Senza categoria

La migrazione italiana in Venezuela

Qualche tempo fa una mia studentessa che vive e lavora a Caracas in Venezuela, mi ha contattata per chiedermi il favore di aiutarla a correggere la bozza di un discorso che avrebbe dovuto presentare in occasione della visita dell’ ambasciatore italiano in Venezuela. Si trattava di fare una presentazione della durata di circa mezz’ora che raccontasse le origini del Venezuela, le politiche estere (italiane e venezuelane) che favorirono il flusso migratorio verso il Venezuela, le storie di venezuelani di discendenza italiana divenuti famosi e infine le testimonianze di coloro che il Venezuela lo hanno raggiunto dopo mesi di burocrazia e settimane di navigazione. La mia studentessa essendo molto brava (è un livello C1 ) collabora con una delle università di Caracas insegnando italiano. Tuttavia, vista l’importanza della visita, ha ritenuto necessario chiedere il mio aiuto ed io con lei ho fatto un viaggio nella storia di oltre un secolo.

E’ stata un’esperienza così bella e toccante che alla fine le ho chiesto il permesso di pubblicare sul mio sito un estratto del suo lavoro con alcuni adattamenti.

BERGAMO CARACAS

Giugno 2019

“L’emigrazione italiana in America durante il XX secolo non fu un movimento migratorio volontario. Fu una politica di governo non soltanto da parte di quello italiano ma anche da parte di quelli ospitanti. L’obiettivo dell’ Italia era quello di svincolarsi dallo stallo causato dalla disoccupazione che, oltre ad essere un grande problema sociale, rappresentava un carico economico enorme per un’ Italia che aveva perso la guerra. Se i disoccupati non fossero emigrati all’ estero sarebbero comunque andati verso le grandi città, nelle quali non c’erano posti di lavoro. Se non si fosse trovata in fretta una soluzione al problema si sarebbe aggravato ulteriormente lo stato di povertà in cui versava il paese causando una probabile rivolta. 

Una delle soluzioni pensate dal governo italiano fu quella di agevolare l’espatrio degli italiani verso destinazioni oltreoceano. L’ Italia si impegnò attivamente in politica estera partecipando a convegni e firmando convenzioni con diverse nazioni che, al contrario dell’Italia, avevano bisogno di aumentare la loro popolazione per raggiungere un maggiore sviluppo economico.  Se da un lato l’ Italia aveva bisogno di diminuire il tasso di disoccupazione dall’ altro lato il continente americano aveva bisogno di manodopera per aumentare il PIL. Per l’ America la guerra era un’ opportunità perfetta per attrarre nuovi abitanti dal vecchio continente, pertanto questi convegni fra nazioni furono produttivi per entrambe le parti coinvolte.

Tutto questo avvenne dal punto di vista macro (politico, sociale ed economico) e lo potrete trovare con facilità e in modo molto più dettagliato nei manuali di storia e nei documentari. Ma se volete conoscere la storia dei piccoli paesi da cui la gente è partita, la storia delle famiglie e delle persone che hanno lasciato tutto e sono emigrate verso un paese lontano e ignoto, allora dovrete trovare qualcuno che quest’esperienza l’ha vissuta sulla propria pelle. Ad esempio i miei nonni.

Oggi vi racconterò di come la mia famiglia partì negli anni ’50 da un piccolo paese del Molise alla volta di Caracas, in Venezuela. Il mio bisnonno Ernesto arrivò nell’anno 1950 ma vi rimase soltanto 8 mesi perché non riuscì ad abituarsi al cambio di vita. Fece due soldi e se ne tornò a casa. Anche mio nonno Eduardo arrivò in Venezuela nell’anno 1950 ma lui si fermò. Mia nonna lo raggiunse nel ’52, insieme a tutti i cugini. Non erano soli quindi. Erano una famiglia numerosa. Funzionava così: bastava che ne venisse uno perché cominciassero ad arrivare anche tutti gli altri, come un effetto a catena. Quando i primi migranti sceglievano una nazione, tutti gli altri famigliari e compaesani sceglievano di norma la stessa destinazione e per questo alla fine potevi trovare un intero paese che si era trasferito nello stesso luogo a migliaia chilometri di distanza.

Nonna racconta che fuori dal Municipio di Castel San Vincenzo (IS) mettevano gli annunci che indicavano l’elenco delle nazioni con libero accesso all’emigrazione: Brasile, Argentina, Stati Uniti, Cile, Venezuela, erano i nomi dei paesi che cercavano nuovi cittadini.Le persone interessate dovevano inoltrare una domanda per ottenere l’ autorizzazione all’espatrio poi, quando arrivava la risposta per avviare il processo, dovevano andare a Roma. Lì richiedevano il passaporto e questo processo richiedeva diverso tempo.  

Per garantire lo stato di buona salute, requisito necessario richiesto dal paese di destinazione, dovevano inoltre superare una visita medica. Dovevano rimanere 7 giorni in ospedale per espletare tutte le pratiche e le visite necessarie. C´erano dei grandi saloni pieni di letti. Un salone era riservato alle sole donne e l’ altro agli uomini. Gli infermieri si occupavano di dar loro da mangiare, prelevare campioni del sangue, delle urine e delle feci e gli facevano le lastre. Ogni giorno c’era una visita diversa con medici diversi, ognuno con la propria specializzazione. Uno dei fratelli di mia nonna non è mai potuto venire perché in una lastra ai polmoni si vedeva una macchia nera: aveva la pleurite.  Nonna ricorda che fra le donne che si trovavano nel salone con lei, c´era una ragazza siciliana. Era molto nervosa perché non riusciva a prendere dal suo corpo i campioni dei fluidi corporali richiesti. Dopo avere concluso l’ iter delle visite mediche arrivava la risposta definitiva.

In tutto il processo durava circa 6 mesi.

Solo dopo avere ottenuto l’ autorizzazione potevano andare al porto di Genova. Vi arrivavano col treno in mezza giornata. Portavano con sé una valigia e qualcos’altro, ma nessuno sapeva bene “cosa”. Dicevano che questa era una terra spopolata e che non c’era niente.  Dato che non sapeva cosa avrebbe trovato, mio zio Luigi decise di portarsi un materasso di lana di pecora, il cuscino e la valigia, ovviamente (senza rotelle) a mano. Mia nonna invece si portò la macchina da cucire con tutto il mobiletto. Aveva fatto costruire una cassa di legno appositamente per lei. La macchina da cucire fu la sua fortuna perché anni prima era andata prima a Milano e, successivamente a Forlì, ad imparare a cucire ed era diventata una stilista. Le fu di gran aiuto quando si trasferì a Caracas.

Come dicevo prima, nessuno sapeva esattamente a cosa sarebbe andato incontro durante e dopo la lunga traversata con il transatlantico. Sul Venezuela si sapeva poco ma si parlava soprattutto del clima caldo. E dato che si parlava soprattutto del grande caldo in questa terra sconosciuta, molti si portarono delle maglie di lana… sì! di lana di pecora! Credevano che queste maglie fossero più adatte perché potevano assorbire il sudore. Dicevano addirittura che il caffè si preparasse mettendo la caffettiera al sole e l’acqua bolliva sotto il sole. Immaginate com’ era grande il mistero attorno a questo viaggio transoceanico.

Invece arrivarono in una città vera e propria. Mio nonno, che era arrivato due anni prima di mia nonna, al suo arrivo le fece trovare, con gran sorpresa, un’ appartamento con la lavatrice, la TV bianco e nero e una cucina tutta arredata!!! Allora con i Bolívares (la valuta venezuelana) si poteva fare tanto. Si facevano passaggi di proprietà di appartamento per 3.000 o 4.000 Bs. e l’affitto costava 200 Bs. mensili. Due persone che lavoravano guadagnavano 1.000 Bs e questo era lo stipendio piú basso in quel periodo. Ma con quei soldi si poteva avere una vita più che dignitosa: si riusciva a pagare vitto, alloggio, l’ assicurazione sanitaria privata e anche a risparmiare qualcosina.

Nonna trovò lavoro in 8 giorni, senza parlare la lingua spagnola. Cominciò a cucire in una fabbrica, poi in una boutique e infine da casa sua. Fu una buona stilista nella sua epoca e riuscì a crearsi una buona clientela: la figlia del presidente democratico Romulo Betancourt (Virgina Betancourt, che divenne presidente della Biblioteca Nazionale), la Signora Branger (la proprietaria dell’ olio Branca), la Signora Roche (la moglie dell’ illustre scientifico Marcel Roche, fondatore della Rivista Interciencia dove anni più tardi andò a lavorare anche mia mamma e che ancora oggi ricorda con tanta nostalgia). Sono molto orgogliosa di mia nonna che ha fatto tanto con le sue mani e con la passione per la moda. Anche mia mamma è la mia eroina personale. E’ l’unica donna in Venezuela che fa un lavoro solitamente svolto da uomini senza per questo aver perso l’eleganza e la delicatezza di una donna: è la proprietaria di una fabbrica di mattoni. 

Per concludere vorrei ricordare quello che i nostri nonni e genitori che sono emigrati dall’ Italia ci hanno sempre ripetuto: “Non dimenticate da dove veniamo, per non scordare chi siamo!”

Vorrei anche aggiungere le parole del nostro ambasciatore:

“Creo que las comunidades italianas en el mundo constituyen los verdaderos embajadores de Italia.  Donde hay un italiano hay una bandera. Tenemos que trabajar unidos.”

Grazie a tutti!”

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